Lavorare all’Estero

Cosa spinge una persona a lavorare in un paese che è diverso da quello natale? Cosa lo spinge a trasferirsi lontano dalla propria famiglia? Oggi cercherò di spiegare cosa induce in molti casi le persone a cambiare paese per poter trovare un impiego.

Le grandi migrazioni verso altri paesi, che siano verso un più alto tenore di vita o in cerca di una maggiore stabilità economica, hanno come causa primaria la situazione storica e attuale del paese di origine. Esempio di questo è stata la “Grande Depressione”, che ha portato un’enorme quantità di europei a migrare verso gli USA a causa della situazione disastrosa in cui si trovava l’Europa devastata dalle guerre (nella foto a fianco vediamo dei migranti italiani diretti in Australia). In questi casi le persone non lasciano il paese per lavorare, ma scappano da questo in cerca di una vita migliore e il lavoro diventa un mezzo per migliorare la propria condizione.

In molti paesi del terzo mondo, in cui le prospettive sono tutt’altro che rosee, giovani studenti armati di buona volontà e dedizione decidono di migrare in paesi economicamente più avanzati così da poter proseguire i propri studi e approfondire le proprie conoscenze da poter poi riportare nella propria terra d’origine. Così facendo, una volta tornati a casa, sono in grado di migliorare la condizione della loro patria con mezzi lì non accessibili. Nuovamente il lavoro è un mezzo utilizzato da questi ragazzi per poter arrivare allo scopo finale.

Altra faccenda è invece il fenomeno della migrazione a scopo prettamente lavorativo. In questo caso sono spesso gli uomini, i “capi famiglia” che migrano così da poter guadagnare di più e in condizioni lavorative migliori per poter aiutare i parenti rimasti a casa. Una volta ottenuta la stabilità poi è consueto che tutta la famiglia si trasferisca ma può anche capitare che, invece, il lavoratore passi periodi alterni tra casa e lavoro.

Se pur la maggioranza di questi “pendolari internazionali” adotti questo stile di vita con le migliori intenzioni, ci sono anche quelli che fanno i “furbi”. Rimanendo nel contesto italiano, a noi più famigliare, possiamo vedere questo fenomeno da entrambe le prospettive ovvero dalla parte della nazione datrice di lavoro e da quella dei migranti. Se l’ultima affermazione pare un po’ strana forse è perché non  a tutti è noto ciò che tedeschi e svizzeri pensano realmente di noi. Numerosissimi italiani ogni giorno oltrepassano il confine con queste nazioni per andarvi a lavorare e, altrettanti, lo ripassano la sera per tornare a casa. Altri invece cambiano addirittura residenza così da ottenere maggiori agevolazioni ma in realtà continuano  a fare i pendolari per il confine. Ovviamente niente di tutto ciò è illegale e giustamente nessuno biasimerebbe queste persone che comunque lavorano onestamente e compiono anche numerosi sacrifici per poter guadagnare qualcosa in più. Però in queste nazioni siamo visti come -parole reali di uno slogan anti “pendolari di confine”- dei topi che entrano in dispensa e rubano il formaggio per poi tornarsene nella tana.

Prima di indignarci, però, proviamo a vedere l’altra prospettiva. Chi conosce un po’ il mondo della ristorazione o delle pulizie (anche solo dalla vita quotidiana) sa quante migliaia di persone straniere ci siano in questo settore e, se si prova scoprire qualcosa di più su di loro si viene a conoscenza che la maggior parte di loro ha famiglia nel proprio paese e che, appena può, vi ritorna per andare a trovarli mentre mandano loro oltre la metà dei guadagni. Sono criticati da molti però, perché queste persone lavorano qui e percepiscono uno stipendio ma poi questi soldi non li utilizzano dove li hanno ricevuti, non li reinvestono, ma li inviano altrove, fanno “girare l’economia di un altro paese”. Oltre che inviare a casa la maggior parte dei guadagni, essi vivono spendendo il meno possibile in Italia poiché la vita qui è molto più costosa. Preferiscono quindi tirare la cinghia durante il loro soggiorno per poter fare una vita lussuosa nel proprio pese con gli stessi soldi.

Prima di criticare gli altri per quello che pensano di noi proviamo, perciò, a capire cosa pensiamo noi di degli altri e ci accorgeremo che non siamo molto diversi. Lavorare onestamente non è un crimine come non lo è gestire i propri soldi come meglio si crede, nonostante possa risultare immorale agli occhi di alcuni.


Giannantonio Visentin



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