Masters of money | Friedrich von Hayek

Puoi trovare qui la prima parte: Masters of money | John Maynard Keynes

Se nella prima parte abbiamo parlato di un mercato in cui lo stato subentra pesantemente, oggi parleremo di uno dei massimi paladini del liberalismo economico.

Friedrich August von Hayek nacque nel 1899 a Vienna da una famiglia di accademici e la sua giovinezza fu caratterizzata dalla Prima Guerra Mondiale, in cui combatté per un breve periodo, ma soprattutto venne scioccato da ciò che accadde dopo: l’Austria, così come la Germania, caddero in un periodo di iperinflazione, il quale rovinò completamente le economie dei due stati. La famiglia di Hayek, come tante altre, vide i risparmi di una vita andare in fumo in poche settimane, decise così di iscriversi alla facoltà di economia, in cui venne in contatto con la scuola economica austriaca, alla quale rimarrà sempre legato anche durante il suo periodo a Londra e negli USA.

Vincitore del premio Nobel nel 1974 e grande oppositore delle idee di Keynes, con il quale ingaggiò una battaglia che durò anche dopo la morte del rivale. Come abbiamo già detto, Hayek era un liberista, cioè faceva parte di quella corrente di pensiero che rifiutava qualsiasi interferenza dello stato nelle economie nazionali, ma non solo: infatti l’economista di Vienna riteneva che sia stata proprio l’interferenza delle banche centrali, le quali modificavano artificiosamente il tasso di interesse dei prestiti, a causare il crollo finanziario del 1929.

Nella scuola austriaca era ancora presente l’idea che la ricchezza, dopo un’alternanza di crisi e boom economici, si sarebbe distribuita autonomamente in un modo equo. Nello studio di questi cicli, invece, Hayek non riscontrò nessun fenomeno di questo tipo, anzi, con il passare del tempo, i massimi e minimi tendevano a pronunciarsi sempre più. Alla fine Hayek arrivò alla conclusione che il ciclo non si equilibrava per colpa delle banche che, in un periodo di boom, ponevano i tassi di interesse più bassi del “tasso naturale”, di conseguenza la gente tendeva a indebitarsi più del dovuto e questo faceva piombare l’economia in una crisi di proporzioni uguali, se non maggiori, di quella precedente.

Come con Keynes, vorrei citare anche brevemente una sua opera che, dalla pubblicazione nel 1944, ha venduto più di 11 milioni di copie, “The road to serfdom”. Un libro in cui l’economia teorica, seppur presente in ampia misura, si fonde con un testo discorsivo che porta una grande lezione: come il dirigismo statale, anche se attuato con le migliori intenzioni, porta alla “servitù” del popolo cioè ai regimi dittatoriali come quelli sia di destra che di sinistra, dei quali Hayek ha assistito alla nascita durante la sua vita.


Giannantonio Visentin

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