Il rosa è nato maschio

Quando i colori pastello, inclusi il rosa e l’azzurro, furono introdotti nei colori per l’abbigliamento infantile non venivano associati a nessun sesso in particolare.

Uno dei primi riferimenti all’attibuzione dei colori al sesso si trova in “Piccole Donne” di Louisa May Alcott:

Amy ha messo un nastro azzurro al maschio e uno rosa alla femmina, come si usa in Francia, in modo da distinguerli senza sforzo.

L’usanza però viene definita dalla stessa scrittrice come “moda francese”, in quanto non fosse ancora una regola definita nel mondo.

Nel 1918, Earnshaw’s Infants’ Department, rivista specializzata in vestiti per bambini, scrive: «la regola comunemente accettata è che il rosa sia per i bambini, il blu per le bambine. Questo perché il rosa è un colore più forte e deciso, più adatto ad un maschio, mentre il blu, che è più delicato e grazioso, è più adatto alle femmine».

Il rosa, derivando dal rosso veniva associato al potere, mentre il blu faceva riferimento al colore del velo con cui veniva rappresentata la Vergine Maria, simbolo di purezza.

Tra gli anni Trenta e Quaranta gli uomini cominciarono a vestire con colori sempre più scuri, associati al mondo degli affari, per distinguersi dalle tinte chiare legate alla sfera domestica.

In concomitanza, anche nell’abbigliamento infantile si iniziò a differenziare quello maschile da quello femminile anche a causa della diffusione delle teorie di Freud sulla sessualità infantile.

Il rosa finì per essere identificato con le donne e divenne onnipresente non solo nell’abbigliamento ma anche nei beni di consumo. La bambola Barbie, che fu introdotta nel mercato proprio in quegli anni, consolidò la femminizzazione del rosa.

Negli anni Ottanta scomparvero i vestiti unisex e si imposero definitivamente una serie di stereotipi legati all’infanzia e al mondo dei giocattoli, come ad esempio soldatini per i maschi, bambole per le femmine.


Fonti

www.ilpost.it


Alice Fuga



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