La scoperta sull’Alzheimer

La malattia di Alzheimer è la forma più comune di demenza degenerativa che si sviluppa, principalmente, in età pre-senile. Il sintomo precoce più frequente è la difficoltà nel ricordare eventi recenti. Con l’avanzare dell’età possiamo avere sintomi come: afasia, disorientamento, cambiamenti repentini di umore, depressione, incapacità di prendersi cura di sé e problemi nel comportamento. Ciò porta il soggetto, inevitabilmente, a isolarsi nei confronti della società e della famiglia. A poco a poco, le capacità mentali basilari vengono perse.

La malattia è dovuta a una diffusa distruzione di neuroni, principalmente attribuita alla proteina beta-amiloide. Alla morte dei neuroni, i frammenti amiloidi vengono liberati nello spazio extracellulare tendendo a depositarsi in aggregati fibrillari insolubili via via sempre più grandi, andando a formare le cosiddette placche amiloidi.

Tali placche neuronali innescano un processo infiammatorio che attiva una risposta immunitaria richiamando macrofagi e neutrofili, i quali produrranno citochine e interleuchine  danneggiando irreversibilmente i neuroni.

Un recente studio tutto italiano apre una nuova via alla ricerca di una cura per l’Alzheimer. Non è nell’ippocampo, la struttura coinvolta nelle funzioni della memoria, che va infatti cercato il responsabile del morbo di Alzheimer: all’origine della malattia c’è, invece, la morte dell’area del cervello che produce la dopamina, un neurotrasmettitore coinvolto nei processi dell’umore. I ricercatori hanno scoperto che, quando vengono a mancare i neuroni che producono la dopamina, il mancato apporto di questo neurotrasmettitore provoca il conseguente malfunzionamento dell’ippocampo, anche se tutte le cellule di quest’ultimo restano intatte. Insomma, niente dopamina è uguale a niente memoria.

Non solo, somministrando in laboratorio, su modelli animali, due diverse terapie, una con L-Dopa (un amminoacido precursore della dopamina) e l’altra basata su un farmaco che ne inibisce la degradazione, si è registrato il recupero completo della memoria, in tempi relativamente rapidi. Nel corso dei test, gli scienziati hanno registrato anche il pieno ripristino della facoltà motivazionale e della vitalità. Insomma, i cambiamenti nel tono dell’umore non sarebbero come si credeva fino ad oggi una conseguenza della comparsa dell’Alzheimer, ma potrebbero rappresentare piuttosto una sorta di ‘campanello d’allarme’ dietro il quale si nasconde l’inizio della patologia.

Infine, poiché anche il morbo di Parkinson è causato dalla morte dei neuroni che producono la dopamina, è possibile immaginare che le strategie terapeutiche future per entrambe le malattie potranno concentrarsi su un obiettivo comune: impedire in modo ‘selettivo’ la morte di questi neuroni.

 


Fonti:

it.wikipedia.org

www.adnkronos.com


Alessia Petroni



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